Albo POP a Messina: la storia, in breve

“Ma il comune di Messina che ne pensa dell’albo Pop?”.

La butta lì, Andrea Borruso, finiti i lavori del tavolo dedicato a trasparenza e monitoraggio civico del 21 marzo, giornata nazionale di Libera, a Messina. Davanti a lui, molto sulle sue, il direttore generale di palazzo Zanca, Antonio Le Donne: il suo racconto su come l’ente locale avesse accettato con entusiasmo di farsi affiancare dall’associazione Parliament Watch Italia nella creazione di percorsi di Open Government e digitalizzazione, una decina di minuti prima, aveva suscitato la curiosità di tutti i seduti al tavolo, che all’indirizzo delle amministrazioni pubbliche avevano appena finito di sparare a palle incatenate.

Proprio Messina, la città che approva il previsionale 2015 a maggio del 2016, la città in cui per ritirare un certificato di matrimonio sono necessari quattro mesi, la città che non è riuscita, in sei anni, a trasmettere in streaming le sedute di consiglio comunale, stava cercando di muoversi nella direzione dell’azzeramento di vent’anni di ritardo digitale, facendosi (con un notevole atto d’umiltà) affiancare da un’associazione della società civile. Tutto troppo facile? Certo.

E infatti, tra quella chiacchierata e l’effettiva adozione in giunta dell’albo Pop (qui la delibera) sono trascorsi tre mesi. Tre mesi di pressing da parte di Parliament Watch, mentre città ed amministrazione comunale si barcamenavano tra uffici impegnati in estenuanti corse contro il tempo per approvare bilanci, crisi politiche scoppiate e poi rientrate nel giro di mezz’ora: quando la priorità è evitare crisi idriche di venti giorni (da cui il tristemente celebre hashtag #messinasenzacqua), non è che ci si possa più di tanto focalizzare su e-government, open data e digitalizzazione.

E invece.

E’ bastata un’idea innovativa, un dirigente con una visione di sviluppo un bel po’ al di sopra della media locale, un’associazione che volontariamente imbastisce delibere e favorisce contatti, per dotare la città di uno strumento che smonta, piano piano, un pezzo di quella burocrazia folle che ammazza iniziative e divora entusiasmi e competenze. E’ un mestiere difficile, ma qualcuno deve pur farlo.