Gli OpenData nella Sicilia dei Gattopardi

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Filippo D'Angelo

Funzionario informatico INPS Referente per Open Data; Attiività semantica; Social Media (Facebook, Twitter, YouTube). giornalista.

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Parlare di OpenData e Sicilia rappresenta, a primo impatto, un autentico ossimoro. Da una parte abbiamo l’isola che è simbolo di omertà, silenzi e muri di gomma, dall’altra la nuova formula di trasparenza e partecipazione democratica dal basso: accostarli, apparentemente, è una sfida difficile se non impossibile ma si sa che per gli opendatari queste sfide rappresentano il pane quotidiano. Negli ultimi anni la diffusione della logica dell’apertura dei dati pubblici si è allargata a macchia d’olio anche nel nostro Paese, superando difficoltà, combattendo ignoranza culturale (del dato e non), ritrosie e chiusure che abbondano nelle PA nostrane, sia a livello Centrale che Locale.

Partiamo quindi dall’assunto che la “scalata” all’apertura dati, già tortuosa di per sé, lo sia maggiormente nell’isola dei Gattopardi. Ma oggi possiamo dire che qualcosa si è mosso, eccome, anzi è in continuo divenire.
Il convegno sulla Trasparenza del Comune di Palermo, ne è un’istantanea significativa: vero, si tratta di un evento dovuto per legge, ma quante amministrazioni hanno ottemperato a questo dovere? Un elemento sicuramente interessante che scaturisce dalla cronaca del convegno è l’inizio dell’applicazione delle direttive contenute nelle Linee Guida dell’Agid cui ho potuto dare anche il mio contributo.

L’individuazione dei responsabili in ogni settore era uno dei punti da me maggiormente caldeggiato per iniziare a far funzionare un meccanismo virtuoso di individuazione e pubblicazione, e sembra che il Comune di Palermo abbia intrapreso questa strada. E’ il primo passo verso l’idea che questo modus proliferi anche negli altri Comuni dell’isola e si possa creare una rete di condivisione dove i vari Referenti di diverse amministrazioni riescano ad alzare il livello delle informazioni aperte, magari linkandole fra loro.

L’ideale sarebbe creare un portale Open Data Sicilia, sulla falsariga di dati.gov.it, dove convogliare tutti i dataset pubblicati dalle varie PA dell’isola in modo da avere un unico punto di ricerca comune.

Ma al di là degli atti formali (o a volte di immagine), quello che fa ben sperare è il proliferare di iniziative che iniziano a far diffondere la cultura del dato aperto per scardinare formae mentis abbarbicate nella custodia gelosa delle informazioni di pubblico interesse. Il progetto #confiscatibene ne è un ottimo esempio. Sono iniziative di questo genere che possono “svegliare” l’attenzione sia dei cittadini che dei media, portare a loro conoscenza che esiste una forma di informazione indiretta e costante accessibile a tutti.

Sarà certo importante, ad esempio, riuscire (e ci vorrà fatica, tanta fatica) a pubblicare in formato aperto dati elementari come ad esempio la partecipazione dei consiglieri comunali alle varie sedute, come essi hanno votato e di quali proposte essi si siano fatti promotori, in modo da dare evidenza del loro operato a chi li ha eletto (in questa direzione sicuramente encomiabile il portale Cittaperta del Comune di Palermo, primo step di un percorso da approfondire).

Non ci nascondiamo dietro ad un dito dicendo che pubblicare dati di un certo tipo non faccia piacere a personaggi… influenti. Ma l’emancipazione culturale di un Paese ha bisogno di iniziative che guardino oltre.

E’ ovvio che #confiscatibene è soltanto un sasso nello stagno incancrenito da decenni di diffidenza, ma –a mio parere- questo sasso si colloca come un macigno indicando la strada da seguire. Con la consapevolezza che ogni altro sasso scagliato nella palude, ogni dato aperto che scardini i silenzi omertosi abbia e avrà senz’altro effetto.

Non è e non deve essere necessario che i dati vengano resi pubblici a iniziativa esclusiva delle Istituzioni, ma –dove questi dati siano già disponibili, anche in formato cartaceo – renderli Open, pubblicarli in un portale come questo, diffonderli a livello Nazionale anche attraverso operazioni di Data Journalism, questo significherebbe utilizzare gli Open Data non solo come strumento di diffusione democratica ma anche come grimaldello per andare a invertire certe tendenze, tipicamente italiane, a dimenticare.

Un progetto possibile che mi farebbe davvero piacere veder realizzato, potrebbe essere quello di raccogliere semplicemente i nominativi di quanti sono stati condannati con sentenza definitiva per associazione mafiosa. Viviamo in un Paese dove nessuno è mai colpevole e i fatti vengono spesso ribaltati da dichiarazioni unilaterali. Le sentenze sono un dato incontrovertibile, raccogliere in un dataset omogeneo determinati nomi non è mettere alla gogna nessuno, ma ricordare concretamente e generalisticamente alla società civile chi ha fatto cosa, con la consapevolezza che invece alla società… “incivile” nulla del genere potrà mai andare bene.

Ancora, perché non realizzare un dataset geo-referenziato dei luoghi dove sono avvenuti omicidi di mafia? Da Portella della Ginestra a Don Puglisi, dal giudice Livatino a Peppino Impastato, continuando per Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino. Una mappa di sangue, certo, ma che in qualche modo abbiamo versato tutti.

Sono tutti dati noti, pubblici, servono solo “uomini di buona volontà” che li assemblino e li rendano Open. Come è stato fatto dal progetto #migrantfiles (vincitore del Data Journalism Award 2014), una mappa dei flussi migratori non solo verso il Bel (?) Paese ma con i dati internazionali dei troppi che perdono la vita nella speranza di averne una migliore.

Ma non ci sono solo dati delicati da esporre. Basta guardarsi intorno per avere idee che possano rivelarsi utili ai cittadini: gli orari degli autobus a Palermo ne sono un esempio di base, ma perché non pubblicare i dati sulla qualità delle acque dei comuni o quelli sui risultati a campione sull’inquinamento dei nostri mari?
Certo, in questo modo si vanno a solleticare interessi a volte centenari: ma se abituiamo la gente, i cittadini all’idea che dati finora “scomodi” possono essere a disposizione di tutti, come per #confiscatibene, sarà più elementare abituarli a prendere la buona abitudine a prassi come l’accesso civico, l’esame dei dati sulla trasparenza ecc. Chi impara a risolvere equazioni complesse riesce più facilmente a svolgere problemi più semplici.

Riprendo l’espressione lanciata da Maurizio Napolitano: bisogna rendere gli Open Data… sexy. Non limitarsi cioè all’esposizione di cifre ma far sì che i dati esposti siano appetibili, che stuzzichino la curiosità del cittadino, che invoglino a sviluppare app che li utilizzino, che mostrino qualcosa che si riteneva inaccessibile.

Io penso che fare Open Data nella nostra amata isola possa essere un cammino più irto che altrove. Ma è un processo inevitabile e senza dubbio un cammino meno faticoso rispetto ad altri problemi che investono la Sicilia. Le azioni che vediamo intraprendere in questo gruppo di “visionari” sono tutti sassolini che stanno iniziando a smuovere il monolite. L’opera di “evangelizzazione”, di diffusione della cultura del dato è, per ora, sulle spalle di pochi: ma conforta il fatto che questi pochi siano tutti contagiati da quella che Annalisa Moncada, in un suo libro, chiamava “l’intelligenza feroce dei siciliani”.

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Filippo D'Angelo

Funzionario informatico INPS Referente per Open Data; Attiività semantica; Social Media (Facebook, Twitter, YouTube). giornalista.

  • Questo nuovo portale sugli open data siciliani si comincia ad animare di post e ne sono contento, da cultore e sensibile all’argomento.
    Filippo, leggendo una parte del tuo post, mi viene in mente una foto che in qualche maniera ha dati che cercavi, ma non è open nel senso che dovremmo fare “photo-scraping” (inusuale) per tirare in formato aperto quei dati contenuti nella foto. Si tratta di un lavoro fatto da alunni di una scuola media di Palermo che raffigura in un plastico la Sicilia con tante bandierine sui vari luoghi con su scritto il nome del morto per mafia. Bene quei ragazzini e ragazzine giovani avevano fatto open data a modo loro, anzi infografica in 3d.

    A parte questa piccola chicca (per me lo è davvero), posso dirti da uno degli addetti del gruppo di lavoro open data del più grande comune siciliano, che quello che è per noi “appassionati” e “cultori” di open data (nonchè smanettoni, hacker, piccoli sviluppatori, nerd, geek,…), non potrebbe esserlo per tanti altri dipendenti pubblici o semplicemente cittadini. Nel senso che con tutti i problemi che attanagliano la nostra isola la percezione o consapevolezza dell’importanza dei dati della PA in formato aperto è ancora bassissima: dimostrazione ne sia che quando ne parlo, lo faccio agevolmente con i sensibili e appassionati del dato aperto, e se lo faccio al di fuori di questo target, devo stare molto attento a spiegare bene l’argomento, altrimenti gli interlocutori ti guardano storto e alla prima occasione scappano dalla conversazione.

    Bisogna rendere sexy gli open data! Sta tutto quì. D’accordissimo. Ormai nel web è diventato un mantra (per gli addetti e aficionados).
    Bisogna comunicarli bene questi open data, ma siccome ognuno fa il suo lavoro, ci vogliono gli addetti professionisti della comunicazione ( io comunico ma non credo di essere un bravo comunicatore).
    Bisogna dimostrare concretamente a chi deve individuare dentro gli uffici i dataset da rilasciare online (attraverso incontri, workshop, hackathon) che gli open data servono a creare un servizio che ci può rendere la vita più facile rispetto a prima, utile anche a loro, e allora ci vogliono sviluppatori o comunque individui che hanno competenze digitali superiori alla media e che siano anche disponibili a fare queste dimostrazioni ai dipendenti della PA che sono i referenti open data dei vari uffici (per nomina da parte di un dirigente).
    Bisogna avere l’abilità professionale di far metabolizzare loro gli open data come qualcosa che è davvero e concretamente utile (non solo per il concetto di trasparenza) e che quindi li sensibilizza nel lavoro che faranno. Altrimenti tutto muore.
    Ad oggi se una PA non fa open data (molta PA italiana, la maggior parte), o non ne fa abbastanza, o non rilascia una buona qualità di dataset per il riuso, non c’è alcuna legge italiana che imponga sanzioni (a differenza del D.Lgs 33/2013 sulla Trasparenza).

    Erano alcune considerazioni che mi premeva fare. Però mentre scrivo so che il lettore di questo commento e di questo nuovo interessante portale online non è il cittadino comune, quello che legge altri portali di cronaca locale, ma un ristretto gruppo di persone, aficionados degli open data come me.
    Secondo me dovremmo confrontarci con gli esperti della comunicazione (quelli che fanno solo quello per mestiere), per capire da loro quali strategie precise adottare per comunicare bene gli open data ai non addetti o ai non aficionados.
    🙂

  • Agnese D’Avanzo

    Il termine “intelligo” ha per i latini un significato inconfutabile: capire, e per i latini questa capacità è “di tutti”.
    Anche a mio avviso, per far capire e farne apprezzare l’importanza bisogna agire sul modus communicandi, ossia su come divulgare a un più vasto pubblico tutto quello che significa vivere in un mondo di “dati aperti”.
    I canali di comunicazioni potrebbero essere infiniti. Uno dei tanti è il “data journalism”. Basterebbe adottare i principi fondamentali del marketing postmoderno.